La mia prima volta in la Rai

“Un vino di terroir ma soprattutto un vino che ha cuore, un Petit Verdot in purezza, grazie al clima della Maremma, un vino tan goloso, che ti innamora, solare, molto elegante. Più che ad un piatto lo abbinerei ad un paio di jeans e camicia bianca con i quali sei sempre ben vestito, ad uno di quei libri di Margaret Mazzantini che vorresti perdere il volo per rimanere in aeroporto e finirlo, con una musica di Gianna Nannini: è un vino superartistico”. Meritxell Falgueras @ Decanter Radio2, 26/11/2012

Cinquanta sfumature di rosso

C’è un romanzo erotico che il passa parola sta trasformando in un vero e proprio best-seller. In teoria le donne sono meno visuali degli uomini, e forse è per questo che sono meno consumatrici di pornografia, ma più immaginative e, grosso modo, migliori lettrici. In altre lingue il titolo è tradotto come tonalità, come la gamma cromatica che osserviamo nei nostri calici quando parliamo di vino rosso. La quale inizia con il rosso più scuro fino a quando, a poco a poco, gli antociani si spogliano per rimanere nei fondi delle bottiglie. Tutti desideriamo ciò che non possediamo. Dicono che le donne offrano sesso per ottenere l’amore. E che gli uomini, al contrario, offrano amore per ricevere sesso. Sarebbe questo, più o meno, il tema della citata trilogia. Nel vino succede una cosa simile: il rosso col passare del tempo vuole essere bianco e il bianco, rosso. Non vogliamo tuttavia entrare ora nel dibattito se il rosso è più maschile o più femminile. Perché questo fenomeno di gran successo e la lettura non “razzista” delle donne delle carte dei vini nei ristoranti lo dimostrano. Non ci sono limiti coloristi per quanti cercano la qualità e sono sensibili. I bordi del calice sono quelli che fanno la differenza: dal porpora, passando attraverso il ciliegia, il granata, lo scarlatto, per finire con il rosso mattone. A volte però, come con i topici letterari, si ha la sensazione che “questo vino l’ho già visto”. Possiamo leggere in tutte le guide (dal Wine Spectator alla Guida Peñín) una descrizione visuale molto simile, del tipo “cherry, colore intenso, lacrima lenta”, nonostante siano imbottigliati da diversi anni. È colpa del cambio climatico o del fatto che tutti aspiriamo alla perfezione, malgrado la sua artificiosità? La dominante “parkerizzazione (per dire concentrazione, alta gradazione e potenza) del gusto, la sovramaturazione polifenolica, la lunga macerazione con pelle e le botti nuove tostate fanno sì che il terroir resti in secondo piano. Vini standardizzati (come il protagonista Christian Grey) che sono tecnicamente perfetti, come i vini del nuovo mondo, ma a cui manca autenticità per essere reali. Il sostituto di Jay Miller, il nuovo responsabile della degustazione della prestigiosa Wine Advocate in Spagna, è oggi Neal Martin, un amante dei classici Rioja (quelli dal taglio classico come López Heredia ne hanno tratto beneficio), invecchiati, dal colore cangiante. Lo stile Parker non sarà più sinonimo nella Penisola di questi vini di colore intenso, concentrati, di annate giovani con alta gradazione.
Continueranno tuttavia ad esistere, soprannominati i vini alla Meryl Streep, senza botox e senza trucco, vini cioè che sanno invecchiare e adattarsi, senza lasciare che le fruit bombs nascondano la loro anima. Quelli che maturano in bottiglia e poi vengono alla luce con tutta la loro saggezza e splendore. Come dire: ognuno è ciò che sempre è stato.

De cuando se fumaba en Florencia

Estuve toda la noche húmeda, llorona, lluviosa, nostálgica, alegremente triste recorriendo la que fue la ciudad de mi vida, Florencia. El amor de la juventud donde pasé grandes momentos y sufrí descubriéndome a mi misma. Donde cada día era una aventura. Donde en las noches surgía la locura, la escritura, el arte y la música. Vivía entre canciones de jazz, birras, tisanas, Sangiovesi, chips, lágrimas, besos, libros que leía, la novela que escribí y los amigos que me alimentaron. Los mismos amigos que me siguen esperando para cantar nuestras canciones de aquel mítico Erasmus en el 2002. Donde aún se acuerdan de mi los de la floristería, el bar de los aperitivos y como no, los de la enoteca. “La catalana” me llamaban. Una chica que tenía tanta luz como sombras. Ese período de artista maldita está aparcado.Creo que me he vuelto más pragmática. Más adulta, dicen algunos. Menos flipada, pienso yo. Pero cuando yo fumaba en Florencia aspiraba cada día los Uffizi y siempre me perdía antes de llegar a casa. Fumaba nerviosa después de acabar un examen y escribía con un cenicero que me inspiraba a insólitas horas de la madrugada, Cada noche, pero, me iba al Ponte Vechio con la bici a escuchar a ese viejo guitarrista y hacerme el último piti en Santo Spirito. Miraba la luna reflejada en el río y me fumaba el del deseo visualizando lo que quería. Y ahora que ya no fumo se ha convertido en mi realidad. Me gustaría saber si el sabor de aquel tinto de la “Rosticceria il Pirata” era tan bueno o solo era que con él aunque fuera bebido en una taza de café con leche escribí un capítulo fundamental de mi vida. Y apoyada en los muros del Arno le digo a Florencia que mis sueños se han hecho realidad y que espero que eso sea bueno haciendo un suspiro de aire sin humo.

La comunicazione del vino

Tutto ciò che può essere pensato, può essere detto con parole, o almeno questa è la teoria di Nietzsche e di Wittgenstein. Ma che succede quando non riusciamo a spiegare i nostri sentimenti con parole comuni che fanno parte del nostro dizionario? Le sensazioni a volte sono più facili da plasmare in una tela, perché i sentimenti finiscono per diventare dei coupages di vari obiettivi, passati attraverso la botte del passato e l’ossidazione della paura di ciò che sarà. Ci sono già diversi artisti in Spagna che si dedicano a tradurre le note delle degustazioni con la pittura. Una di loro è Nora López Millán, che invita i suoi alunni a dipingere con un prodotto naturale. I colori vengono estratti dalla prima pigiatura dell’uva, dai sedimenti o direttamente dalla posa delle bottiglie. O l’eccellente esposizione con cui Inma Amo, lo scorso 2 marzo, ha deliziato i partecipanti alla mostra di Vinoro (con le cantine vincitrici dei concorsi internazionali nel 2011) al Ritz di Madrid, vestendo le botti e i loro coperchi di colori con un significato che soltanto l’arte sa donare. Oscar Wilde lo aveva già detto: “Nessun grande artista vede le cose come sono in realtà; se lo facesse, smetterebbe di essere un artista”. I sommelier sembrano rapsodi e, invece che degustare, recitano poemi. Sarà forse che nel vino abbiamo una sorta di codice universale e artistico di comunicazione? Lo scrittore catalano Josep Pla in “El que hem menjat” (“Quello che abbiamo mangiato”) si domanda che gusto abbiano i piselli. Ed arriva alla conclusione che i piselli sanno di piselli. Il vino odora di vino. Questa tautologia significherebbe che tutti i vini hanno lo stesso odore, ma non è così. Esprimere sensazioni è difficile. Tradurre in parole comuni qualcosa di così personale come la degustazione non è affatto facile. È un passare dal soggettivo e personale al registro collettivo delle parole. Per questo gli esperti, più che definire, tendono ad evocare, a comunicare ciò che percepiscono attraverso i loro organi, a metterlo in relazione con il ricordo e ad esporre la propria opinione a chi non è così allenato ad etichettare le sensazioni. Mª Isabel Mijares, la madre dell’enologia spagnola, ha trovato in un bicchiere “una sottana di monaca novizia”. Sicuramente questo vino odorava di naftalina, di pulito, di sapone di rosa. Forse il referente è difficile (io almeno non mi sono mai messa ad annusare le gonne delle suore), ma è un’affermazione che provoca e che mette in moto l’immaginazione. Josep Roca, in una delle sue note di degustazione ne El Magazine de “La Vanguardia”, parlava dell’odore di un verdejo come “viscerale, solido, di pura sangue, impregnato della sensazione eccitante dell’aria caraibica”. La comparazione, la parafrasi, l’allusione, sono figure letterarie che ritroviamo facilmente nelle note di degustazione. Per non parlare delle personificazioni, quando si tratta del corpo di un vino o delle sue caratteristiche maschili o femminili (questo sì che darebbe luogo a molte sfumature!).
Il profumiere Alexandre Smith è capace di riconoscere le diverse molecole aromatiche che formano il bouquet del vino. Ma i consumatori capiscono meglio l’aroma di un vino se lo mettiamo in relazione con la pera piuttosto che se parliamo dell’acetato esilico. Si possono descrivere gli aromi con formule chimiche, ma queste non comunicano sentimenti. Nel programma televisivo di Canal 33 “En Clau de vi” si invitava il pubblico a casa a degustare lo stesso vino provato in studio, e a partire da ciò si evocavano le immagini della frutta o le caratteristiche che esso suggeriva. Il vino nei mezzi di comunicazione, sia scritti che audiovisivi, deve trovare il suo vocabolario. Nella mia tesi di dottorato ho studiato come, a seconda della lingua utilizzata, le note di degustazione presentavano certe sfumature. Le differenze tra catalano, castigliano, inglese, francese e italiano sono più sintattiche che semantiche. Nel 90% dei casi si utilizza la metafora (perché anche l’assegnazione di punti lo è!); nel 100% dei testi delle note il linguaggio è letterario (un 70% di personificazioni contro un 80% di comparazioni) e solo un 30% dei termini è tecnico. L’uso della metafora nella degustazione non è un semplice ornamento, ma l’elemento cruciale per poter evocare sensazioni. Per la sua forza, direbbe Aristotele; per l’arma di seduzione nietzschiana; perché il cibo è comunicazione, come ha ben studiato l’antropologo Lévi-Strauss; per il rilievo sociale di cui si occupa Umberto Eco e, soprattutto, per l’ambiguità linguistica tanto studiata da Jakobson. E da qui le nazionalità. Gli italiani preferiscono la giustapposizione di aggettivi. Nel mondo anglosassone della degustazione c’è una tendenza a comporre frasi brevi. Gli americani sono più disciplinati e controllati in quanto a risorse letterarie. Di solito il vino viene descritto da aggettivi e verbi transitivi, evitando pompose comparazioni. I francesi utilizzano di più verbi di azione. In castigliano abbiamo adattato le caratteristiche dell’oralità al testo scritto, e per questo siamo quelli che utilizzano di più le esclamazioni. Le icone (grappoli, bicchieri, stelle o medaglie) sono una qualificazione più globale, più cauta e meno compromettente. Nel Concorso Internazionale di Bruxelles in Lussemburgo, ho potuto verificare come le lingue possano capirsi con parametri di degustazione uniformi e aggettivando attraverso numeri. Il problema è imparare a riconoscere e a giudicare i vini per le loro categorie. Nell’International Taste & Quality Institute di Bruxelles i sommelier europei si dedicano a provare ogni tipo di prodotto liquido di tutto il mondo. Fino a che arriva il vino di riso, la bibita di aloe vera o il schochu e allora viene da domandarsi se il linguaggio universale del gusto possa superare tutte le barriere geografiche. Che odore ha un novantaquattro punti Parker? Di legno nuovo e fruit bombs? E un 98 Peñin? Di 50 e più euro? E così in tutto il mondo? Atsushi Hashimoto dell’Uinversità di Mie (Giappone) ha inventato il primo robot degustatore di vini. Che noia sarebbe se tutti avessimo la stessa maniera di spiegare la realtà quando invece ognuno la percepisce a modo suo! L’idea del programma televisivo di nuova generazione “Vins a Vins” è di entrare nelle case della gente per vedere come si esprimono riguardo al vino e come lo vivono. Una specie di reality che vuole insegnare ai consumatori a non aver paura di esprimere quello che sentono davanti ad un bicchiere. Perché quando il vino entra nella bocca di ognuno di noi, potrebbe ritrovarsi all’ingresso uno zerbino con scritto: “Benvenuto nella Repubblica Indipendente del mio gusto”. E questo lo si capisce in tutte le lingue.

La bella Italia

¿Qué calificativos le viene en mente cuando piensa en Italia? Moda, arte, ópera, pasta, tradición, entre otras tantas. Los vinos italianos son tienen todo eso, como el carácter de sus gentes: divertidos, extravertidos y que hablan el lenguaje del buen gusto. Un país tan cercano en cultura pero tan desconocido en cuestión de vino. Conocemos los lambruscos (uno de los espumosos más venidos del mundo) en formato rosé, dulzón y barato. Aunque el de verdad es tinto, amargo y casa a la perfección con los salami de la zona de Bolonia. Nos guste o no es un vino de iniciación, aunque es mucho mejor comenzar con un vino pétillant, dulce, sabroso y delicado como el Moscato d’Asti. Los italianos son unos grandes comerciales (¡miren con el aceite de oliva!) y gracias a su gastronomía sus vinos se encuentran por todo el mundo. No es de extrañar que sea el primer exportador en cantidad de litros. Los vinos italianos nunca compiten con los platos, van de la mano. La bistecca alla Fiorentina con un Chianti Classico (mejor si es del Consorzio del Gallo Nero), un buen risotto con Soave, el ossobuco con el Barolo. Por ello, es normal que en cada zona respeten y ensalcen sus variedades autóctonas (más de 1500 tipos de uvas más las foráneas). Sus etiquetas reflejan su sensibilidad hacia el diseño, su pasión por las cosas bonitas. Una tradición que se remonta a cuando la península de llamaba Enotria (“tierra de vino” en griego). Hay más de 25.000 bodegas y la media es de menos de una hectárea por finca. Entre los siglos XII y XIV ya se habían establecido en Toscana los nombres nobles del vino como Antinori y Frescobaldi. A principios de los 70 en la prensa se empieza a hablar de los supertuscans con variedades internacionales, nuevos marcos de plantación, podas menos productivas, donde conviven los botti (los grandes toneles de roble de Eslavonia) con las barricas bordelesas. Con nombres como Sassicaia, con una DOC dentro de la DOC Bolgheri  de Incisa della Rochetta), Tignanello, Ornellaia, Tenuta di Trinoro, Testamatta la IGT Toscana sigue en vogue. Estas famosas IGT (Indicación Geográfica Típica) son la versión italiana de los Vins de Pays franceses o de nuestros vinos de la Tierra. Las menciones de más alta calidad son las DOCG (que lo alcanzan las DOC con una particular empeño por la calidad como el Brunello di Montalcino ) y las DOC (delimitados con el nombre geográfico). Los vinos del sur de la Península están viviendo un renacimiento. Entre ellos la IGT Sicilia (que en breve se convertirá en DOC), Taurasi, Falanghina, Greco di Tufo en Campania, y el Aglianico del Vulture en la Basilicata. Los blancos del Collio Friulano que revolucionaron los vinos blancos, continúan siendo líderes con los de Alto Adige y los clásicos Verdicchio dei Castelli di Jesi e La Vernaccia di San Gimignano.

Italia es junto a Francia y España el mayor productor de vino del mundo. El paisaje de viña se ve de un extremo a otro, no hay región por pequeña que sea que no produzca vino de buen nivel y tiene la versatilidad de todo tipos de climas (del atlántico al mediterráneo), suelos y emplazamientos. Aunque para catarlos con toda su intensidad no lo dude: los vinos italianos tienen mejor sabor en Italia.

I vini spagnoli a New York

A Wall Street il vino continua ad essere in rialzo. Perché? Perché a Manhattan le aziende continuano a pagare i pasti, e in essi non può certo mancare il vino. Sebbene il suo prezzo sia esageratamente moltiplicato, “dà un tocco di classe”. In certi casi è stato moltiplicato addirittura per quattro e per cinque. E proprio per questo motivo le cantine catalane organizzano da ormai cinque anni il concorso chiamato “Cartavi”, per mettere in competizione le migliori carte. Non si tratta solo di premiare le liste in cui risulti la presenza maggiore delle undici denominazioni d’origine catalane; la qualità, il design e le combinazioni sono altrettanti fattori determinanti. Tutto è iniziato a Barcellona cinque anni fa e quest’ultima edizione, ormai aperta a livello internazionale, è stata celebrata nella capitale del mondo. Il primo premio è stato assegnato a “El Mercat” di New York, mentre al secondo posto si è piazzata la “Taverna de Haro” di Boston. Come biglietto da visita l’AVC presentava Josep Roca, sommelier del “Celler de Can Roca” di Girona con tre stelle Michelin, nonché uno dei sommelier più mediatici. Una degustazione magistrale, con dodici annate inedite di vini storici armonizzati con piatti realizzati per far brillare al meglio la complicità del vino spagnolo con il cibo. Il presidente dell’INCAVI (Institut Català de la Vinya i el Vi), Jordi Bort, e le trentuno cantine partecipanti si sono impegnati a spiegare a tutti i presenti i segreti del successo di questi vini. Secondo i dati dell’OeMv, gli Stati Uniti sono il secondo paese importatore di vini catalani con un incremento dell’8,7%. Il fatturato del primo trimestre del 2011 è stato niente meno che di 29,6 milioni di euro. Durante l’ultima annata, si è assistito ad un aumento del 24,9%, ben 9,5 milioni di euro, essendo la media d’esportazione di 5,25 euro a bottiglia. Questa selezione di vini totalizzava più di 8000 punti della prestigiosa guida Parker. Tra i giornalisti presenti risaltava il nome di Jay Miller, che ha recentemente smesso di degustare i vini spagnoli per The Wine Advocate. Negli ultimi anni Jay Miller aveva partecipato a tour di degustazioni assieme al Presidente della Wine Academy of Spain, Pancho Campo. Su Campo, ideatore di eventi come Wine Future sia nella Rioja sia a Hong Kong, sta investigando l’Institute of the Master of Wine per una presunta infrazione del codice d’onore dell’accademia. Lo stesso Robert Parker ha messo nelle mani dei suoi avvocati la difesa dell’imparzialità delle sue assegnazioni di punti nella penisola Iberica. Nel frattempo, lo scandalo e i pettegolezzi sono serviti.

Durante gli ultimi cinque anni, l’esportazione di vini rossi negli Stati Uniti è aumentata del 7,8% e quella del cava del 7,4%. In termini macroeconomici, gli Stati Uniti importano l’8,8% della produzione totale di vino in Catalogna, situandosi dietro alla Germania. Per questo motivo, presentare i vini a New York continua ad essere un appuntamento importante per i vini spagnoli. La D.O. Qualificata Rioja (l’unica, insieme al Priorato, che ha questa denominazione di qualità superiore in Spagna) gode dei migliori riconoscimenti nel consumo internazionale di vini “Tempranillos nel Mondo” che organizza la Federación Española de Asociaciones de Enólogos (FEAE). A questa competizione hanno partecipato più di 418 vini di 12 paesi, e la Rioja ha ottenuto 29 delle 55 medaglie d’oro. Il vino riojano “Mirto 2006” della cantina Ramón Bilbao è stato riconosciuto come il miglior esemplare dell’evento. La sesta varietà d’uva più coltivata nel mondo trova un vero e proprio feudo in questa terra con nome di vino. E la mappa spagnola del vino si espande per New York. Per esempio, nel Ristorante Bar Basque un bicchiere medio di vino si aggira attorno ai 15-20 dollari. Le bottiglie qui presenti sono molto buone. Dal Flor de Pingus al Clos Mogador. Tutti i ristoranti sono forniti di un beverage manager di ottima formazione, con interessi e informazioni sulle ultime novità e tendenze. Ed è vero proprio che nella città che non dorme mai, non puoi rimanere addormentato. Così è stato il risveglio dei vini di Jorge Ordóñez, importatore di gran rilievo di vini con nomi divertenti, presentazioni accattivanti e di vini facili, che continuano a portare la bandiera delle vigne spagnole nel Nord America.

Nelle stesse date, la presentazione internazionale di Madrid Fusión nel Culinay Center di Soho, con il suo direttore José Carlos Capel e lo chef due stelle Paco Roncero. Questa mostra internazionale di gastronomia ci dà appuntamento a Madrid per i prossimi 24, 25 e 26 gennaio, quando celebrerà il suo decimo anniversario con i migliori esponenti della cucina spagnola (Berasategui, Adrià, Ruscalleda, Subijana, Dacosta, Torreblanca, Gaig, Freixa) e internazionale (Blumenthal, Bocuse, Ducasse, Bras), tanto per citarne alcuni. Sono previste grandi degustazioni di vini internazionali e dimostrazioni di cocktail, con barman super innovatori come Javier de las Muelas. I giornalisti americani hanno accolto la presentazione con una gran voglia di gustarsi la città di Madrid e non solo il congresso. Insomma, le tapas e la birra conquistano tutti i palati.

Ma cos’è di moda nella città dei grattacieli? Secondo Alice Feiring, la scrittrice che ha pubblicato “Come ho salvato il mondo del vino dalla Parkerizzazione”, il top sono i vini nudi. Il suo ultimo libro s’intitola “Naked Wines” e parla dei vini a cui non c’è bisogno di aggiungere né di togliere nulla. Dedica ai vini spagnoli un intero capitolo dal titolo “Questo oscuro oggetto del desiderio”. Ci rimangono in sospeso ancora alcune cose da rivedere, scrive la giornalista del New York Times. Ma nella sua personalissima Arca di Noé, questa critica salva alcune cantine spagnole come Mendall e Els Jepelind in Penedès, Benitos Santos in Rías Baixas, Bodegas Carballo a Las Palmas e Bodegas Monje in Tenerife (entrambe nelle isole Canarie), Lopez Heredia nella Rioja e vini Ambiz a Madrid. In Italia la lista è più lunga, ma per il momento non ha ancora editori in Europa. Il gusto newyorkese  per il vino bello, sia dentro che fuori, resta in vogue.

En busca de un nuevo Ornellaia

el experto de vinos italianos Richard Baudains firma un bell’ artículo sobre los vinos más sorprendentes de la Toscana. Con la gran sorpresa (y nosotros muy orgullosos) que en la lista del top 10 muestra Podere San Cristoforo al lado de los nombres más importantes como Tenuta dell’Ornellaia.

PODERE SAN CRISTOFORO, CARANDELLE, SANGIOVESE, MAREMMA TOSCANA 2010

18 PUNTOS- 4 ESTRELLAS

www.poderesancristoforo.it

Un clásico tinto con aromas a cereza, una pizca de vainilla y pimienta blanca. Puro, con frutos jugosos con una carnosidad en medio del paladar y un largo y persistente final. Se agradece su simplicidad al inicio de boca y que después se abre con riqueza y concentración.

Para Beber: 2012-2015

Tendenze ben vendemmiate

Bianchi con corpo, rosati di nuova generazione, rossi dal profilo classico con meno peso in legno e spumosi con lunga riserva. La vendemmia del 2011 in Spagna è piena di tendenze. Si preferiscono i vini rosati soprattutto per questo autunno che si stava prolungando in un’estate senza data di scadenza. Il 12 ottobre, giorno della “Hispanidad”, eravamo ancora in spiaggia. Poi, senza alcun preavviso, il freddo, la pioggia e la malinconia del cambio di stagione. Nessuno si aspettava che questa sarebbe stata l’annata dell’uva passa dopo un’estate relativamente fresca. La cosa positiva è che ciò ha reso possibile una seria, efficace e considerevole selezione di uva. Come in ogni caso, si può vedere la bottiglia mezzo piena o mezzo vuota (benché una bottiglia non sia mai del tutto vuota, dato che ogni volta che attingiamo da essa, la riempiamo di sentimenti).  È una buona annata: c’è una minore quantità di uva, ma quella che ha superato i filtri della vendemmia e della tavola di selezione è la migliore. Nella D.O. Penedès giugno e luglio hanno annaffiato la vite così da resistere al resto di un’estate piuttosto secca.

Qui le varietà sono state raccolte in questo ordine: Chardonnay, Pinot noir a fine agosto, seguite da Macabeu, Xarel·lo i Ull de llebre. Per ultimo, il Merlot, la Parellada (tipica uva delicata ed elegante del cava) e Cabernet Sauvignon. Inoltre la vendemmia è stata anticipata di più di cinque giorni in oltre 27 regioni spagnole, facendo sì che la polpa maturasse più velocemente e raggiungesse elevate concentrazioni di zucchero, basse concentrazioni di acidi e un PH alto. Lo sfasamento tra la maturità della polpa e la pelle dei semi darà dei vini più duri, e la maturazione rapida interessa la qualità aromatica del vino. Questo caldo ci costa caro perché i vini di gradazione alta si pagano di più. Soprattutto per il consumatore che parte dal presupposto che i vini spagnoli superano il 15% di gradazione. Perché sebbene non sia così ovunque, e ci siano regioni atlantiche che continuano a combattere il cambio climatico, si ritiene tuttavia che i vini spagnoli siano molti ricchi d’alcol, potenti e troppo strutturati. Ci sono zone come Priorato o Rioja che stanno cambiando e facendo vini piú freschi, personali e leggeri. Abbiamo tanti buoni punteggi Parker, anche se a volte l’abbinamento risulta difficile con vini troppo proteici e che non sanno ascoltare il cibo a cui si accompagnano.

Nasce così tra gli esperti la nuova moda di esaltare i vini di medio corpo, più delicati e provenienti dalle zone più atlantiche della penisola. Siccome i nostri vini hanno già un’abbondante ricchezza tannica, vengono favoriti i vini giovani con poco legno per la loro versatilità nel mariage. I bianchi affinati con lieviti  hanno spodestato quelli che passano in botte.  La moda inglese del chardonnay con odore di legno ha lasciato il posto alle uve autoctone come il Xarel·lo in Penedès o la Godello in Monterrei per produrre vini più personali e originali.

“Mi rifiuto di raccogliere l’uva in settembre”, diceva Juan Carlos Lacalle della cantina Artadi. Il suo “Viña el Pison”, uno dei 100 punti Parker più acclamati di Spagna, non sappiamo se rimarrà attorno ai 90 in un anno in cui per i vini si ascolterà gridare la frutta più che sussurrare il “terroir”.

E i più vecchi della Rioja già lo dicevano: “l’uva ha bisogno dei giorni di ottobre”.

Che cosa succederà in Spagna con il cambio climatico? In teoria, e sono parole di Pancho Campo, Master of Wine, “l’emisfero Nord sarà di gran lunga più colpito di quello Sud dall’aumento delle temperature”. La cantina Torres, nel caso in cui ciò si verificasse, ha già acquistato terre a Tremp, nei Pirenei catalani a 900 metri di altezza. L’apertura della Galizia dai bianchi ai rossi è una saggia decisione in relazione al cambio climatico, grazie al suo clima freddo e alla sua aria atlantica. La Galizia risveglia la sua diversità e la sua autenticità. L’albariño affinato con lieviti, che si conserva delizioso anche dopo il suo passaggio annuale, rappresenta il futuro, e questo riempie d’entusiasmo la denominazione d’origine Rias Baixas. Anche la D.O. Ribeiro cresce e cessa di essere la sua sorella minore. I Godellos saranno il riferimento dei bianchi galiziani di alta gamma, mentre Valdeorras punta sui vini delle tenute. I bianchi con freschezza, volume e complessità arrivano fino alla Ribera Sacra. Questa D.O. si serve per i suoi rossi della magica uva “mencía” (chiamata anche “loureiro negro”) per i sui vini di memoria marina.

Nella Ribera del Duero i vini vengono divisi in classici e moderni. Questi ultimi senza alcun abuso del legno nuovo. Cigales è la culla dei rosati di León. Questa D.O. di incompresa tradizione attacca con la sua garnacha intensa e traccia i primi segni di grandezza. Toro continua con la sua viticoltura primaria di vigneti senza innesti che danno vini selvaggi. I vini carnosi e agili sono la tendenza. Non tanto vini da invecchiamento, quanto piuttosto vini da consumare giovani. Per questo la tinta di toro si mescola con alcune varietà sperimentali o con l’ammessa garnacha. L’indicazione “Vini della Terra di Castilla e León” sperimenta le migliori raccolte di enologi famosi come Mariano García (ex enologo del Vega Sicilia). Le uve che riempiranno le carte dei vini dell’altipiano di Castilla e León saranno quelle di Pietro Picudo (con il suo feudo in Valdevimbre los Oteros) e Juan García, per quel che riguarda i rossi e per i bianchi l’Albarín.

Quella del 2011 è stata una vendemmia precoce nella maggior parte delle denominazioni d’origine spagnole, così come per i nostri vicini di Portogallo, Francia e Italia. Non tanto in Utiel-Requena in cui si avvertono gli effetti del “mildiu” e l’“appassimento fisiologico” che nelle primavere fredde di solito colpiscono la loro uva più importante, la bobal. I vicini portoghesi del Duero hanno guadagnato ricchezza polifenolica e hanno perso volume. Il loro successo è la prova di come sofisticare il passato. Senza abusare della sovramaturazione, dell’estrazione e dil tostato: i vini portoghesi si ergono sensibili, delicati e singolari. Non bisogna dubitare della loro capacità di invecchiare se si è capaci di dare un’interpretazione classica alla loro viticoltura.

Ma ciò che ci preoccupa non è tanto l’annata, quanto le vendite. Ormai non ci preoccupa più solo vendere, ma anche guadagnarci. Anche così si consolida la tendenza di vini con un buon rapporto qualità-prezzo-piacere, persino per i vini che si sono sempre mossi nei segmenti più alti della gamma e molte cantine fanno addirittura il loro “terzo vino”. Fortunatamente, una cosa a cui la crisi non ha messo freno è la volontà dei lavoratori del settore di esplorare le possibilità di terreni molto concreti. Denominazioni di origine come Rueda, che è l’unica che continui ad aumentare il suo consumo grazie al suo imbattibile “verdejo”. Cigales sta tornando a mostrare tracce di grandezza, appoggiandosi sulla sua intensa garnacha. Sebbene il Principato di Asturie non possieda nessuna denominazione d’origine vitivinicola, resta comunque la sidra che vive un momento di rinnovamento a cui s’accompagna lo sviluppo dell’alta gastronomia con sidra d’autore. Contro l’uniformazione del gusto, la ricerca della personalità e la singolarità. Questa è la filosofia che ha permesso l’espandersi del txacolí, un vino unico per le sue varietà, il suolo e il suo clima, e altro ancora che non si riduca al solo esotismo locale per principianti.

Una vendemmia piena di tendenze che presto arriverà sulle nostre tavole.

MIGLIOR SOMMELIER PROFESSIONISTA D’ITALIA

Fabio Masi de 26 años ha sido proclamado el mejor sommelier “profesional de Italia en el concurso organizado por la ASPI el pasado 10-11 de mayo en el Borgo Hotel Terre del Verde en Gualdo Tadino. Sus contricantes, Marco Grassi y Federico Aldrovandi han sido capaces de pasar la prueba teórica y escrita y las múltiples pruebas orales delante el público y los periodistas. Éstas eran, entre otras: saber detectar los errores en una carta; hacer el servicio de restaurante delante algunos clientes “especiales”; identificar mediante la cata a ciegas más de doce productos; hacer la descripción organoléptica de tres vinos…. Un concurso muy interesante para el espectador con la presentación a cargo del cómico Max Pisu y del presidente de la ASPI, Giuseppe Vaccarini. Los sponsors que apoyaron están magnífica propuesta fueron las deliciosas aguas italianas Acqua Panna e San Pellegrino; como no, Nespresso; Gelateria del Corso; Marsela Pellegrino; Comune di Gualdo Tadino; Comune Val Fabbrica e Comune Oltrepo´Pavese.

Fabio Masiofrece su saber en el Four Seasons Hotel des Bergues a Ginebra después de haber pasado por la salas del Four Seasons de APris, el restaurante  Daniel de Nueva York y la Enoteca Pinchiorri de Florencia. Ya en el 2006 ganó el prestigioso trofeo Ruinart como Mejor Sumiller de Italia. Ahora con este nuevo triunfo es el representante italiano en el Concurso Mejor Sumiller del Mundo que tendrá lugar el año que viene en Chile.

LA BRICIOLA

c/ Olzinelles, 19. 93 432 19 33

Una pizzería con el forno a legna… Una de esas trattorie con el mantel a cuadros. La mejor alternativa para tomarse una pizza en Sants. Mi preferida: la que lleve más rúcula.

una canción para los nostálgicos de Italia… Patty Bravo Pensiero infinito


I BUONI AMICI

web I buoni amici

c/Casanova 193. 93 439 68 16

Un restaurante italiano de los que de verdad parece que estés comiendo en Italia. Por la pasta, por los postres que te los muestran en la mesa, por el producto. No es barato pero sí uno de los mejores ejemplares de la cocina italiana en la ciudad. Obligatorio tomar un plato de pasta, la opción la tagliatta, que dúreme sobre rúcula e parmeggiano. El consejo: en vez de pedir el “limocello” de siempre, atreveros con una “liquirizza” (licor de regaliz).

P.D.: Os adjunto la “donna cannone” de “De Gregori”, sublime.


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