Chi ha parlato di crisi?

Che fortuna abbiamo con i vini spagnoli! Ci possiamo lamentare di tante cose in questo Paese, ma non del vino. Confrontate il rapporto qualità-prezzo con gli altri vini europei. In Spagna si fanno grandi vini a basso prezzo e in questo siamo una delle migliori alternative del mondo vinicolo. Se guardiamo la cosa dal punto di vista dell’abbondanza (difficile in tempo di crisi, ma pur sempre possibile e comunque raccomandabile) vedremo che ce n’è per stare allegri tutti. E che nella penisola (perché anche i portoghesi non sono da meno) si producono dei vini alla portata dei più e con personalità. Vini di mencia nel Bierzo, garnacha nel Campo de Borja e cariñena nel Montsant, che valgono più di quello che costano. Il segreto sembra risiedere nel differenziarci dalla concorrenza. Il terroir e le varietà autoctone sono inimitabili e un valore in rialzo. Peccato che alcuni consumatori ancora non ci credano! Il Beaujolais Nouveau, il vino giovane del sud della Borgogna che si può gustare a partire dal terzo giovedì del mese di novembre, finisce sempre prima di Natale. Ma ogni volta sono sempre meno le cantine spagnole che osano presentare il vino dell’anno. Eppure, chi non apprezza un vino con aromi varietali e fresco? Forse la colpa non è dei consumatori, ma delle cantine che prendono sul serio soltanto i vini complessi. La cosa peggiore è quando in un ristorante il vino della casa, che dovrebbe essere il più rappresentativo, finisce per essere un vino australiano e con chips. Con i progressi dell’enologia è molto difficile trovare vini malfatti, e noi abbiamo grandi vini a prezzi accessibili: Laderas del Sequé (Alicante), Monteabellón Roble (Ribera del Duero), Artazuri (Navarra), Vinya d’Irto (Terra Alta). Vini che fanno bella figura, senza però rovinarti.
Per i bianchi c’è addirittura un intero festival di possibilità: verdejos di Rueda per meno di 6 euro; untuosi godellos affinati con lieviti e xarel·lo nel Penedès; il Blanc Selecció di Can Feixes e il rosato di lacrima di Ochoa, tanto per citare alcuni esempi. In ogni denominazione (non finirei più se le citassi tutte, ma le più di settanta denominazioni spagnole sono tutte ottimi esempi) possiamo godere di vini semplici favolosi per accompagnare i nostri pasti di ogni giorno. Chiedete nel vostro negozio di fiducia e diffidate delle offerte. I saldi nel vino non hanno senso se il vino costa ciò che vale. Il re dei vini qualità-prezzo è il Jérez. Con il sistema di criaderas y soleras questi vini sono di un’elaborazione unica e quasi mistica con il loro velo en flor. Ma siccome sono a buon prezzo, non li trattiamo come gioielli; eppure lo sono. Vini invecchiati tre anni e che costano 6 euro? Dove mai si è vista al mondo una cosa simile? La Manzanilla e gli altri vini della D.O. Jérez-Sherry-Manzanilla Sanlúcar di Barrameda, se fossero in Francia, costerebbero non so quanto. Critichiamo i cugini d’oltralpe per invidia, ma loro sì che hanno saputo creare firme.

L’altro giorno in radio parlavano di un’intervista a Ferran Adrià (il quale, dopo aver chiuso il miglior ristorante del mondo, sta preparando l’apertura de El Bulli Foundation, che sarà la sede della cucina creativa mondiale) in cui confessava che ormai viveva in hotel e che non sapeva più dove si svegliava la mattina. Affermazione che il presentatore avrebbe commentato con un “Poverino!”, pronunciato con un’intonazione che non mi è piaciuta affatto. In un periodo di crisi in cui tutti, in un modo o nell’altro, stiamo facendo grandi sacrifici, sembra che non stia bene viaggiare, nemmeno se si tratta di viaggi di lavoro. Alzi la mano chi non va in palestra! Già, perché in Spagna non è ben visto chi dedica tempo a se stesso, per non parlare dello “scialacquatore” che osa farsi massaggi senza soffrire per una seria contrattura. Chi può far invecchiare dei vini se l’appartamento medio non basta nemmeno per l’intimità di una coppia? Non sta bene dire che si usa una cantina per far riposare i propri vini migliori, per fargli raggiungere il momento esatto in cui l’acidità scende a patti con i tannini per lasciare il miglior retrogusto. I vini secondi sono troppo cari e le tenute hanno già presentato i loro terzi prodotti. Quelle che non lo faranno, saranno accusate di non essere al passo coi tempi. I vini devono essere giovani, devono poter essere bevuti giovani perché la gente non può permettersi grandi investimenti. Adoro l’espressione francese “Vin du plaisir”, che è molto più carina di “vino di base” o “low cost”. Perché è un vino che ti dà allegria senza doverti preoccupare troppo per le tue tasche e senza dover aspettare una gran occasione per godertelo. “Il vino per star bene” dovrebbe essere la massima ad ogni sorso. Così come l’espressione “vino di meditazione”, quando si parla di vino dolce. Personalmente preferisco l’altra espressione “vino da conversazione”, perché alla fine il vino accompagna spesso le nostre conversazioni con amici e può far sentire ad ognuno di noi l’odore della propria vita in un calice.
Adesso però è il momento dei tagli, anche per il vino. Cambia la percezione, quando compriamo un vino, se lo chiamiamo “secondo” o se lo chiamiamo “Flor”, soprattutto se di cognome fa Petrus o Pingus. I vini secondi dei grandi crus francesi lo hanno capito bene. Quando un’annata non è molto buona, se ne producono più bottiglie, migliorandone tuttavia la qualità con l’uva che non si usa per quelli principali, in modo da riequilibrare i guadagni. Se hanno lo stesso nome del vino top, anche se con l’aggettivo Petit (come Petit Cheval o Petit Mouton-Rothchild), al consumatore piace comunque di più. Tra i due litiganti, dicono, il terzo gode. Come nel caso del Caminos del Priorat di Álvaro Palacios, un vino con un buon rapporto qualità-prezzo-piacere e con una firma di lusso. Il mondo della moda lo fa già da tempo. Versace firma collezioni di H&M, anche se nel mondo del vino non vale solo il modello, nemmeno se a fare il coupage è lo stesso Michelle Rolland, ma vale la materia prima. Prima i vini di Bordeaux o della Rioja duravano molto di più. In questi ultimi primeurs mi hanno fatto provare un Lascombes del mio stesso anno, il 1981, e ad una prima impressione sembrava più giovane di me. Tuttavia, da quando è arrivata la famosa micro-ossigenazione, è accelerata la maturazione del vino, così che non saranno più i nostri nipoti a berselo e non dovremo più sacrificare parte del nostro spazio vitale per far riposare le bottiglie. Vini gradevoli, senza pretese, che ti fanno passare bei momenti, come Serras del Priorat, come Artadi della Rioja, come uno dei vini ecologici di Albet i Noya, o come il rosato fashion di Ibiza, l’Ibizkus.
Vini per gente giovane che comincia ad avere una certa curiosità per questo mondo, per quelli che hanno buon gusto e per quanti sono stanchi di sentire sempre odore di legno. Una nuova generazione di etichette con arte e di vini che si adattano al nostro tempo e che non richiedono sacrifici di anni per vederli crescere. Perché per concedersi momenti di piacere, non è necessario risparmiare tanto. Ma attenzione a come si descrivono i vini, perché le parole hanno il loro peso in oro e influenzano il sapore.

La crisi. Attenti alla crisi. È la crisi. Vedrai come cambieranno le cose ora, con la crisi. Adesso la Spagna è davvero in crisi, e mentre tutti ne parlano, lamentandosi, nessuno offre soluzioni. È chiaro che sono ogni volta meno quelli che possono permettersi di aprire una bottiglia di più di 60 euro a settimana. C’è gente che si appassiona a questo mondo, beve poco e può arrivare a spendere più di 30 euro al mese per bere un buon vino. Ma con questo consumo non si fa volume. Per questo le cantine top hanno preso a produrre vini di consumo quotidiano, adeguati a questa economia di guerra. Dicono che, proprio come per i ristoranti, la crisi colpirà di più quelli di fascia media. I vini con “stella-terroir-Michelin” non subiranno conseguenze. Non mi sembra che ci siano molti Cristal rosé disponibili sul mercato, né tanto meno molte bottiglie di Romanée Conti. I ristoranti e i vini “buoni ed economici” hanno sempre pubblico: la massa. I ristoratori si lamentano che si sta vendendo sempre meno vino. Che ad un tavolo di quattro persone ormai si consumi solo una bottiglia, quando circa quattro anni fa se ne prendevano due. I controlli, l’usanza di triplicare i prezzi e, in alcuni casi, il pessimo modo di servirlo, hanno scavato la fossa allo stock di vino immagazzinato annata dopo annata. In un momento in cui risparmiare è una maniera per poter arrivare a fine mese, la gente fa molto più caso ai prezzi. E vederli lievitare così tanto nelle varie carte provoca loro un’indigestione. Allora decidono di comprarselo in negozio, rimanere in casa e non dover temere nulla per la macchina. I ristoranti del centro potrebbero approfittare di questa situazione critica per abbassare il prezzo del vino (rifacendosi in altro modo, chiaro) e per offrire un servizio adeguato sia per i vini cari che per quelli più economici. Solo così questi vini, prima tanto richiesti nelle cene o nei pranzi d’affari, potranno tornare a risplendere sui tavoli. In tempo di ristrettezze, soltanto chi rischia può farcela.

Riguardo ai vini di gamma media, se continuano con il loro marketing tradizionale, mi auguro che la crisi dia loro una bella lezione. Sì, queste cantine che credono ancora che il compratore ideale sia l’uomo maturo e benestante. Questo uomo appartiene ormai a un’altra generazione, e a quelli che ancora rimangono il medico ha proibito di bere vino. È il passato. Le donne, i giovani, sembrano non essere un mercato degno. Ma si sbagliano. Sono il futuro. E in un momento di crisi, è un mercato da tenere in molta considerazione. Per aprire, per espandersi, per creare tendenze. Un’altra maniera di andare incontro alla cultura del vino: divertente, coraggiosa e disinvolta. Basta con titoli nobiliari che danno pedigree al vino. Basta con presentazioni rococò. Basta con “bere è una cosa da uomini”. I single sono quelli che spendono di più, insieme alle donne di successo, agli omosessuali e ai giovani yuppies. Sto esagerando? No, credo che sia il vino stesso in Spagna ad essersi fatto lo sgambetto da solo, bandendo questa gran fetta di mercato. Utilizzando un vocabolario difficile, non venendo incontro alla sensibilità dei suoi consumatori e dotando il vino di un’aurea mistica. E adesso non è facile rialzarsi. Grazie alla crisi, il vino può superare se stesso per affrontare le difficoltà. Per grandi problemi, grandi soluzioni. Così come quando ci fu tutta quella serie di proibizioni su pubblicità e consumo. Il vino seppe crescere sempre più, investendo in educazione dei sensi, gastronomia e arte. Spesso, quando ci si chiude una porta, ci si apre una finestra. La porta si sta chiudendo, ma la finestra è sempre stata là, e aspetta solo di essere aperta. Ognuno raccoglie sempre ciò che semina; a meno che non decida di provare a cambiare terreno.

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