La comunicazione del vino

Tutto ciò che può essere pensato, può essere detto con parole, o almeno questa è la teoria di Nietzsche e di Wittgenstein. Ma che succede quando non riusciamo a spiegare i nostri sentimenti con parole comuni che fanno parte del nostro dizionario? Le sensazioni a volte sono più facili da plasmare in una tela, perché i sentimenti finiscono per diventare dei coupages di vari obiettivi, passati attraverso la botte del passato e l’ossidazione della paura di ciò che sarà. Ci sono già diversi artisti in Spagna che si dedicano a tradurre le note delle degustazioni con la pittura. Una di loro è Nora López Millán, che invita i suoi alunni a dipingere con un prodotto naturale. I colori vengono estratti dalla prima pigiatura dell’uva, dai sedimenti o direttamente dalla posa delle bottiglie. O l’eccellente esposizione con cui Inma Amo, lo scorso 2 marzo, ha deliziato i partecipanti alla mostra di Vinoro (con le cantine vincitrici dei concorsi internazionali nel 2011) al Ritz di Madrid, vestendo le botti e i loro coperchi di colori con un significato che soltanto l’arte sa donare. Oscar Wilde lo aveva già detto: “Nessun grande artista vede le cose come sono in realtà; se lo facesse, smetterebbe di essere un artista”. I sommelier sembrano rapsodi e, invece che degustare, recitano poemi. Sarà forse che nel vino abbiamo una sorta di codice universale e artistico di comunicazione? Lo scrittore catalano Josep Pla in “El que hem menjat” (“Quello che abbiamo mangiato”) si domanda che gusto abbiano i piselli. Ed arriva alla conclusione che i piselli sanno di piselli. Il vino odora di vino. Questa tautologia significherebbe che tutti i vini hanno lo stesso odore, ma non è così. Esprimere sensazioni è difficile. Tradurre in parole comuni qualcosa di così personale come la degustazione non è affatto facile. È un passare dal soggettivo e personale al registro collettivo delle parole. Per questo gli esperti, più che definire, tendono ad evocare, a comunicare ciò che percepiscono attraverso i loro organi, a metterlo in relazione con il ricordo e ad esporre la propria opinione a chi non è così allenato ad etichettare le sensazioni. Mª Isabel Mijares, la madre dell’enologia spagnola, ha trovato in un bicchiere “una sottana di monaca novizia”. Sicuramente questo vino odorava di naftalina, di pulito, di sapone di rosa. Forse il referente è difficile (io almeno non mi sono mai messa ad annusare le gonne delle suore), ma è un’affermazione che provoca e che mette in moto l’immaginazione. Josep Roca, in una delle sue note di degustazione ne El Magazine de “La Vanguardia”, parlava dell’odore di un verdejo come “viscerale, solido, di pura sangue, impregnato della sensazione eccitante dell’aria caraibica”. La comparazione, la parafrasi, l’allusione, sono figure letterarie che ritroviamo facilmente nelle note di degustazione. Per non parlare delle personificazioni, quando si tratta del corpo di un vino o delle sue caratteristiche maschili o femminili (questo sì che darebbe luogo a molte sfumature!).
Il profumiere Alexandre Smith è capace di riconoscere le diverse molecole aromatiche che formano il bouquet del vino. Ma i consumatori capiscono meglio l’aroma di un vino se lo mettiamo in relazione con la pera piuttosto che se parliamo dell’acetato esilico. Si possono descrivere gli aromi con formule chimiche, ma queste non comunicano sentimenti. Nel programma televisivo di Canal 33 “En Clau de vi” si invitava il pubblico a casa a degustare lo stesso vino provato in studio, e a partire da ciò si evocavano le immagini della frutta o le caratteristiche che esso suggeriva. Il vino nei mezzi di comunicazione, sia scritti che audiovisivi, deve trovare il suo vocabolario. Nella mia tesi di dottorato ho studiato come, a seconda della lingua utilizzata, le note di degustazione presentavano certe sfumature. Le differenze tra catalano, castigliano, inglese, francese e italiano sono più sintattiche che semantiche. Nel 90% dei casi si utilizza la metafora (perché anche l’assegnazione di punti lo è!); nel 100% dei testi delle note il linguaggio è letterario (un 70% di personificazioni contro un 80% di comparazioni) e solo un 30% dei termini è tecnico. L’uso della metafora nella degustazione non è un semplice ornamento, ma l’elemento cruciale per poter evocare sensazioni. Per la sua forza, direbbe Aristotele; per l’arma di seduzione nietzschiana; perché il cibo è comunicazione, come ha ben studiato l’antropologo Lévi-Strauss; per il rilievo sociale di cui si occupa Umberto Eco e, soprattutto, per l’ambiguità linguistica tanto studiata da Jakobson. E da qui le nazionalità. Gli italiani preferiscono la giustapposizione di aggettivi. Nel mondo anglosassone della degustazione c’è una tendenza a comporre frasi brevi. Gli americani sono più disciplinati e controllati in quanto a risorse letterarie. Di solito il vino viene descritto da aggettivi e verbi transitivi, evitando pompose comparazioni. I francesi utilizzano di più verbi di azione. In castigliano abbiamo adattato le caratteristiche dell’oralità al testo scritto, e per questo siamo quelli che utilizzano di più le esclamazioni. Le icone (grappoli, bicchieri, stelle o medaglie) sono una qualificazione più globale, più cauta e meno compromettente. Nel Concorso Internazionale di Bruxelles in Lussemburgo, ho potuto verificare come le lingue possano capirsi con parametri di degustazione uniformi e aggettivando attraverso numeri. Il problema è imparare a riconoscere e a giudicare i vini per le loro categorie. Nell’International Taste & Quality Institute di Bruxelles i sommelier europei si dedicano a provare ogni tipo di prodotto liquido di tutto il mondo. Fino a che arriva il vino di riso, la bibita di aloe vera o il schochu e allora viene da domandarsi se il linguaggio universale del gusto possa superare tutte le barriere geografiche. Che odore ha un novantaquattro punti Parker? Di legno nuovo e fruit bombs? E un 98 Peñin? Di 50 e più euro? E così in tutto il mondo? Atsushi Hashimoto dell’Uinversità di Mie (Giappone) ha inventato il primo robot degustatore di vini. Che noia sarebbe se tutti avessimo la stessa maniera di spiegare la realtà quando invece ognuno la percepisce a modo suo! L’idea del programma televisivo di nuova generazione “Vins a Vins” è di entrare nelle case della gente per vedere come si esprimono riguardo al vino e come lo vivono. Una specie di reality che vuole insegnare ai consumatori a non aver paura di esprimere quello che sentono davanti ad un bicchiere. Perché quando il vino entra nella bocca di ognuno di noi, potrebbe ritrovarsi all’ingresso uno zerbino con scritto: “Benvenuto nella Repubblica Indipendente del mio gusto”. E questo lo si capisce in tutte le lingue.

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