Sommeliers per il mondo

Di spagnoli per il mondo ce ne sono molti (ecco perché esiste questo programma televisivo), e tra di essi, anche quelli che si dedicano al loro lavoro di sommelier con tutto il cuore (perché è una professione passionale). Gente che non è emigrata per via della crisi (non che non si sia fatta sentire anche in questo settore), ma perché il vino li ha portati verso città ispiratrici e deliziose.

Proprio come è successo a Rut Cotroneo, che sognava di parlare francese e di vivere a Parigi, ed ora sono già tre anni che lavora nello Hyatt Park Hotel, al ristorante Pur con una stella Michelin, in rue de la Paix. Bruno Murciano cominciò nel Ritz di Londra e già da dieci anni si dedica al commercio del vino nella city.

Rut Cotroneo en un hotel

Rut Cotroneo en un hotel

Lucas Payá se ne andò dalla Cala Montjoi (el Bulli) per arrivare a New York. Città che ospita la famiglia di Pepe Raventós, il quale decise un paio d’anni fa di dirigere la sua cantina di cava di Sant Sadurní dalla città dei grattacieli.

Ce ne sono altri che, pur mantenendo la residenza nella penisola, sono tra i più internazionali. Come il nostro sacerdote del vino, Josep Roca, il sommelier e proprietario de “Il miglior ristorante del mondo”, secondo la rivista Magazine, che ha sedotto il mondo intero con l’opera-menù degustazione “El Somni”, assieme ai suoi due fratelli, la parte salata e la parte dolce del Celler de Can Roca.

O Ferran Centelles, un sommelier formatosi in Francia e in Inghilterra, che ha sempre mantenuto e mantiene tuttora l’umiltà del ragazzo del quartiere di Sants, anche adesso che attribuisce il punteggio ai vini spagnoli per la Lady di ferro del vino, Jancis Robinson [English]. Quello che prima di lui occupava questo posto, Luís Gutiérrez, adesso si occupa di assegnare i prestigiosi Punti Parker [English].

E che dire degli enologi che viaggiano per imparare marketing nei Primeurs di Bordeaux, e visitano diverse zone vinicole per formarsi? (per chi produce spumosi è d’obbligo andare nella Champagne; per imparare le ultime novità in vinificazione di bianchi, Nuova Zelanda è un must, tra altre centinaia di esempi).

Fuente: Flickr*

Fuente: Flickr*

Anche i produttori di vino viaggiano moltissimo. Per vendere vini è necessaria una storia, un volto, un tono. Álvaro Palacios passa più giorni muovendosi per il globo che in casa, rimanendo tuttavia sempre ben radicato nel Priorato. O Juan Carlos López de la Calle, il cui Viña el Pisón ha compiuto 19 anni di promozione mondiale della Rioja nel mondo. Ci sono poi i flightwinemakers e i car-winemakers, come il super Mariano García, che va da Toro a Ribera con la facilità di chi entra ed esce dalla cucina.

In questo periodo in cui è così difficile guadagnare (e non solo vendere in Spagna), uscire dal proprio paese per vendere è ciò che potrebbe determinare il successo di una impresa. L’esportazione per molti è l’unica via d’uscita, però bisogna seguire il cliente, andare ogni volta che ti chiedono degustazioni, visitare le enoteche e i ristoranti che hanno il tuo prodotto…

Ecco perché esistono tutte quelle fiere: gli appuntamenti annuali del Vinitaly a Verona, Prowein a Düsseldorf e Londra Wine Fair. Ogni due anni Alimentaria, i pari; e negli anni dispari, Vinexpo a Bordeaux. Vari eventi, sempre produttivi: il Merano Wine Festival, il Forum Gastronomico a Girona

Non c’è tempo per pensare a dove vuoi andare in vacanza quando finisci di degustare vini! E sì, le vacanze di quanti si dedicano a tutto questo sono quasi sempre, se mai ne aveste dubitato, tra le vigne, per i filari dove cresce la vite.

Volete un esempio? Ebbene, lavoro a Barcellona, sono membro di una giuria internazionale, studio a Londra per il Diploma del WSET e vivo in Toscana. Insomma, se qualcuno voleva essere Willy Fog, ecco qui una professione che fa girare molto, e non solo la testa…

 

Meritxell Falgueras

Source: Flickr – portobayevents

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Parole odiose

- Vuole provare una cantina boutique dove lavorano con vigne vecchie con vera passione? Hanno un Riserva che sarà un’icona Premium di stile borgognone di aromi varietali da 100 punti Parker, dove il terroir è il vero protagonista.

- Preferisco dell’acqua, grazie.

Non voglio che succeda questo. Ho composto questa frase utilizzando i dieci termini che, secondo Gabriel Savage in Drink Business, sono i più irritanti per il consumatore quando si tratta di parlare di vino. Io sostituirei alcuni anglicismi con i nostri “di razza”, “fruttato”, “rotondo”; ma cambia poco. La cosa più importante è come possiamo comunicare, seducendo con il linguaggio senza che il consumatore cambi canale. Dove sta il giusto equilibrio? Se lo fai didattico, divertente e facile lo tacciano di superficiale e poco professionale. Se lo fai serio, risulta noioso, elitario e incomprensibile. Cosa vogliamo che sia il vino? Un amico che ci aiuti a goderci di più la gastronomia e le parole? Un prodotto culturale di lusso? Una religione? O semplicemente quello che è: il frutto del paesaggio? In questo paese non lo so. Negli Stati Uniti vogliono vendere il vino. Per questo fanno tutto molto formalmente informale. Chi desidera più informazioni, va nelle cantine. Pagando, perché niente è gratis in questa vita, e ancor meno la domenica, quando vorresti rimanere con la famiglia mentre i vari gruppi di amici vorrebbero fare un remake del film “Sideways”.

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Volete bere senza dover guidare? A Napa Valley hanno un treno per questo, e sennò si può sempre richiedere il trasporto in auto, persino in Limousine.

Che cantina vado a visitare? Ci sono cataloghi gratuiti in tutti i ristoranti e i negozi, con le cantine divise per zona, varietà, e con tutte le informazioni necessarie per andare a vederle.

E cosa compro per mia cugina che non è potuta venire? Tutti i souvenir possibili e immaginabili per poter continuare a degustare vino con tutto ciò che hai imparato.

Dopo Disneyland, la zona di cantine californiane concentrate a Napa Valley e Sonoma è la seconda attrazione turistica con 8 milioni di visitanti all’anno. Qualcosa di buono lo staranno pur facendo, gli americani. E noi, che cosa facciamo? Junípero Serra è un frate maiorchino che fondò le prime missioni in California: sua la colpa delle prime coltivazioni di vite nel XVIII secolo.

Dobbiamo costruire, e non distruggere (men che meno ora). Il consumatore deve potersi godere il vino che beve. E basta. Che possa decidere lui stesso come, quando e in che lingua lo vuole degustare. Ma che sia una che riesca a capire. E che importa se non lo sa decantare? L’importante è che abbia voglia di provarlo un’altra volta perché quella bottiglia di vino gli ha regalato un bel momento. Ogni giorno la sete di conoscenza svuoterà un po’ di più quelle botti; e poi la gente capisce soltanto una lingua: quella del buon gusto.

Meritxell Falgueras

Photo source: Flickr – Sarah Reid

El club de los infieles

Artículo de Meritxell Falgueras publicado en el blog Tinta de Calamar (Cadena SER)

Vino e infidelidad

La fidelidad, en su nivel más abstracto, implica una verdadera conexión con la fuente. Su significado original está vinculado a la lealtad y la atención al deber. También a la capacidad de cumplir los pactos, de no engañar, de no traicionar a los demás.

Lo de casa siempre sabe mejor porque conoces los ingredientes y, al degustarlo, aprecias su valor. Pero no crean que los elaboradores solo beben sus vinos. Su mejor máster postuniversitario es, precisamente, la cata de otros vinos. ¡Y no solo de la competencia! Grandes vinos en los que inspirarse…

Mariano García, el rey de la Ribera del Duero, es un fetichista de los vinos viejos de Rioja. Juan Carlos López de Lacalle, de los grandes de Burdeos. Jean Luc Thunevin, de Château Valandraud, adora los supertoscanos. Y Lorenzo Zonin, los borgoñas.

vino y champánPodríamos seguir sumando nombres pero estas pequeñas canas al aire no son solo son cosa de los enólogos: también seduce a sumilleres y a mercados enteros. Por mucho que en las cartas de vinos se premie a los del kilómetro 0, podemos encontrar grandes ventas de vinos españoles en Estados Unidos. El mercado anglosajón es el más infiel de todos: ¿que hay un buen cabernet en Chile a buen precio? Ni se acuerdan de la Unión Europea ni de su vecina francesa.

¿Los países productores solo consumen sus propios vinos? Dicen que hasta quien tiene el mejor cónyuge, a veces, por el lujo de variar, cae en la tentación. Francia compra poco pero adora los buenos vinos españoles e italianos. Y los italianos, ¿con quién ponen los cuernos? Tienen prosseccospumante y franciacorta pero no pueden evitar su debilidad por el champagne. Y los del champagne, a su vez, cumplen sus burbujeantes votos matrimoniales como nadie pero está claro que, con una buena carne, se tiran al tinto.


Cartaví
Cartaví es un concurso organizado en Barcelona para premiar a las mejores cartas de vinos catalanes
 que,
ahora, se ha extendido también a EE UU. Hace años era más fácil encontrar un Rioja que un vino de Terra Alta en cualquier restaurante de Barcelona. Ahora nace una nueva sensibilidad, el orgullo de mostrar las denominaciones de origen cercanas a la ciudad.

¿Quieren una buena bronca? Vayan a Burdeos y pidan un Borgoña. Verán que cara le ponen. Lo que no tenía sentido era pedir el vino de la casa en la península ibérica, siendo la mayor viña de Europa, y que te dieran un australiano, barato y con chips. La fidelización es un concepto marketiniano que se refiere al fenómeno por el que un público determinado permanece fiel a la compra de un producto de forma continuada. Se basa en convertir cada venta en el principio de la siguiente, con una relación estable y duradera.

A mí me encanta defender los vinos de mi región y no porque sean los míos sino porque, además, están buenos. De hecho no tengo miedo a compararlos con los grandes vinos mundiales porque sé que dan la talla. Siempre habrá alguien más guapo o más simpático, igual que se harán vinos perfectos y de mejor precio. Pero el terroir y el alma no entienden de comercio sino de lo que te predispone evocar una etiqueta que, orgulloso, reconoces de tu especie. La media naranja siempre te da el mismo zumo pero hay quien, aunque sea por un apasionado affaire, toma mosto.

*Fuente fotos: Flickr – Matt / Andrew R. Whalley

 

Una colleja al machismo en el mundo del vino

Artículo de Meritxell Falgueras publicado en el blog Tinta de Calamar (Cadena SER)

WOMAN

El último programa de Top Chef ha sido el primero que he visto. Pero conozco a Begoña. Hace dos años estuve haciendo una cata en Valencia y acabé en su restaurante, La Salita. Me quedé impresionada. Después, haciendo zapping, la veo y la reconozco en sus platos. Sigo la final en Twitter y, antes de que se proclame vencedora, Susi Díaz,  miembro del jurado, le da la enhorabuena por llegar siendo mujer… porque cuesta más.

En la entrevista de El Almacén Paula Vázquez hace hincapié en lo injusta que es la cocina con las mujeres pero leo en el móvil: “Qué cansino, el tema de ser mujer y lo difícil que es”. Lo ha escrito un hombre, claro, y yo, que cuando me preguntan por lo de ser mujer en un mundo de hombres, como lo es el de la sumillería, normalmente intento quitarle hierro al asunto, me reboto.

 

Siempre digo que cada vez somos más chicas las que nos dedicamos a esto, que las mujeres tenemos mejor olfato y mayor capacidad para relacionar las sensaciones con palabras, y que en la profesión tenemos grandes compañeros… Pero ayer me cabreé con el comentario.

Porque es verdad: normalmente los podios son para hombres y, muchas veces, cuando preguntan por el sumiller y te presentas tú, aún hay quien pide que venga el jefe. ¿Que es cansino el tema de que gane una mujer y se valore más su trabajo? Lo cansino es que cuando vas a una cena se comente más tu vestido que tu profesión. Pero si vas fea, también te critican por tu peso, por tus pelos o porque vas dejada.

¿Cuántas mujeres han llegado a la élite de la gastronomía? ¡Muchas! Una de ellas es Carme Ruscalleda, quien tiene una familia que le apoya pero a la que nadie le ha preguntado por el precio. Y Chicote asegura que hay muchas más pero no da nombres. ¡Claro que las hay! Mi abuela y mi madre, como muchas otras amas de casa, han hecho posible que sus maridos y sus hijos tengan más tiempo y energía para triunfar en la vida. ¿Cómo lo han hecho? ¡Cocinando!

Recuerdo todos los comentarios machistas que he tenido que aguantar y también las copas que no he podido tomarme porque ciertas cenas que acababan en sitios impropios para una señorita. Si tonteas, eres simpática, pero si marcas distancias con los que han bebido demasiado, eres una creída.

Recuerdo las veces que he trabajado gratis porque “a la niña le hace ilusión escribir o hablar en público” y también las veces que no me han dejado entrar en catas importantes. Tengo en mente a unos cuantos peces gordos del sector a los que se les va la mano pero no se les puede condenar porque, si hablan, no volverás a salir en esa guía o a servir una copa de vino. Y si has llegado a donde estás es por ser una hija de papá o porque te has tirado a alguien. ¿Por méritos propios? Improbable.

He visto a hombres menos preparados en sitios de poder pero nadie ha hecho ningún comentario sexual al respeto. Sí hay, sin embargo, muchas mujeres que triunfan en las gastronomía (o en su profesión, sea cual sea), la mayoría sin hijos o, al menos, con pocos. También hay excepciones, por suerte.

La final de Top Chef

Begoña Rodrigo recordó lo importante que son para ella su compañero y su familia. Cuánto la habían ayudado… Pero en la mesa de las 24 estrellas Michelin, el jurado de lujo de la final Top Chef,  solo había una mujer.

A veces hablo del tema con colegas de profesión y todas creemos que, por encima del trabajo, lo más importante es la familia. Fantaseamos con dejar de trabajar 14 horas diarias para poder cocinar un día con calma para nuestro novio y/o para alimentar a nuestros hijos. Pero después, por obsesión, por vocación, por convicción, por orgullo o por necesidades económicas, seguimos igual y acabamos sintiéndonos tremendamente culpables por ello. Ganar un programa de televisión está chupado en comparación con la lucha diaria. Sí, es cansino el tema de la mujer…  pero es así. ¡Y eso sí que cansa!

* Imagen: Flickr – Steven Depolo / cortesía de Top Chef

Sono i miei amici

Ogni volta che alla radio trasmettevano questa canzone di Amaral, la spegnevo. Adesso, invece, mi ritorna in mente come un gesto riflesso quando penso a Josep Roca e a Ferran Centelles.

Amigos

Conobbi Centelles quando aveva appena compiuto la maggior età e veniva al Celler de Gelida a comprare “vini per suo padre” da mio padre. Poco dopo ci sedevamo vicini al corso per sommelier. Entrambi siamo dell’ ’81 ed eravamo i ragazzini esaltati del corso. Non la smetteva di porre domande, aveva questa sete e questo entusiasmo misto a una giusta percentuale d’ingenuità, onestà e umiltà, che continuano ancora oggi a caratterizzarlo. Non esitò ad interrompere il secondo corso per andarsene in Inghilterra e Francia a lavorare e ad imparare. Apprezzai il suo servizio  El Espai Sucre d dove Centelles proponeva a pieno ritmo mariages con i vini dolci. Toccò a me presentare il concorso per il Miglior Sommelier di Catalogna nel 2005, nel quale arrivò secondo. Ha sempre dimostrato un grande entusiasmo per questa professione, non l’ho mai visto lamentarsi, mai una critica (e forse è per questo che non ha nemmeno una ruga). Ha continuato a formarsi continuamente durante il periodo in cui ha lavorato a El Bulli. Conoscendo Juli Soler, non gli sarà passato inosservato questo ragazzo. Forse non era ancora il migliore, ma le persone buone, formali, educate, sensibili e geniali non si incontrano facilmente. Ed è così che lo ho preso con sé. Fredy, come lo hanno ribattezzato nella Cala Montjoli, è il suo soprannome, per non confonderlo con l’altro Ferran, l’Adrià. Ho potuto condividere bottiglie piene di sentimento con lui durante viaggi, degustazioni, reportage e concorsi. Eravamo sempre quelli che tornavano all’hotel per primi, io per scrivere quello che avevo visto, lui per studiare. Così è riuscito ad ottenere, senza mai vantarsene e con l’umiltà di sempre, il diploma del Wines & Spirits e adesso anche quello di Master Sommelier. Che ne sarà di Ferran quando chiuderà El Bulli? A me non preoccupa affatto: ha seminato tanto, è sempre stato così amabile con tutti, che è normale che adesso, oltre alla collaborazione con il blog “7 Caníbales” e al club dei vini “wineissocial”, la gran dama del vino, Jancis Robinson, lo abbia nominato suo degustatore in Spagna.

Il leader spirituale, intellettuale, sensoriale, ultragenerazionale e internazionale è senza dubbio Josep Roca. Pitu, sempre paziente e capace, quando è il momento, di dire la parola giusta e più bella. Il suo saper essere, la sua cultura gastronomica e letteraria, e la sua capacità di parlare di vino come se fosse una religione, hanno molti ammiratori. Sforzo, serenità, poesia, misticismo, lignaggio, olfatto, palato… il geniale Roca rappresenta il massimo per ogni sommelier, il modello che tutti aspirano ad emulare: saper amare il vino con pienezza, felicità, sapienza, professionalità, originalità e fratellanza.

Lo conobbi da piccola. Mio padre, Toni Falgueras, mi ripeteva sempre: “è il migliore”. Allora non sapevo se intendesse come sommelier o come persona. Con il tempo ho capito che si riferiva ad entrambe le cose. Ho lavorato con lui nell’Associazione Catalana di Sommelier e continuo a farlo nei corsi di sommelier a Girona. Quando Marcel Gorgori mi domandò chi potesse essere l’immagine migliore per il programma di vini della 33, “En Clau de vi”, non esitai nemmeno un istante e li presentai: così iniziammo a lavorare al programma, lui davanti ai telespettatori, io dietro le quinte. Lezioni magistrali, fiere, mail e persino la presentazione del mio libro, in occasione della quale suggerì ai presenti un “mio odore”, versando del Podere San Cristoforo in piccoli vasetti distribuiti tra il pubblico. Se qualcosa si può affermare di Josep Roca, è che non lascia nulla al caso. Non è possibile riassumere in un solo articolo tutti i suoi successi e prodezze enologiche. I produttori lo amano. È uno dei vignerons quando va in Borgogna (se vi capita di andare a Beaune, è facile trovare foto sue attaccate alle pareti, o bottiglie firmate da lui). EspriEl somni”, l’opera filosofico-gastronomica che propone con Joan e Jordi, è stata presentata a Londra proprio il giorno prima. Il giorno prima che la rivista britannica Restaurant gli comunicasse (noi che eravamo andati a vederla lo sapevamo già) che era il migliore del mondo. Mentre lo vedevo sullo schermo pensavo: “sono i miei amici”.

So che questa sembrerà più la pagina di un diario personale che un articolo per giornale, ma se quando degustiamo il vino lo spieghiamo a partire dai nostri sensi, anche le persone dovrebbero essere presentate attraverso quello che ci fanno sentire: ammirazione.

Meritxell Falgueras

(foto: Flickr - Glenn Harper)

 

El vino tomado con filosofía

Artículo de Meritxell Falgueras publicado en el blog Tinta de Calamar (Cadena SER)

filosofía y vino

Sócrates solo sabía que no sabía nada y no quería saber nada de lo que sentía antes de beber, ni cuando se bebió la cicuta. Eso sí, iba preguntando a todos según su método mayéutico: ¿te resulta agradable o desagradable? ¿Huele más a flores o a frutas?

petit princepSu discípulo Platón escribió todo lo que el maestro dijo pero no lo quiso plasmar en puntuaciones. Formó las primeras academias y dejó en el mundo de las ideas el aroma más perfecto de la rosa, casi tanto como la de Antoine de Saint-Exupéry: “Si alguien ama a una flor de la que no existe más que un ejemplar entre millones y millones de estrellas es bastante para que sea feliz cuando mira las estrellas”. Se dice: “Mi flor está allí, en alguna parte” [sacado del célebre cuento de la ciudad de Bocuse d’Or, El Principito].

Ese amor platónico nos dejo afirmaciones como que “la mayor declaración de amor es la que no se hace; el hombre que siente mucho, habla poco”. Así, los que sentían mucho el lenguaje del vino preferían callar y beberse su silencio preñado de sensaciones.

Aristóteles, con su lógica, intentaba definir la metáfora que se utilizaba para describir el vino: “La metáfora es un préstamo cuyo sentido se opone al sentido propio”, “es una transferencia, una transgresión lógica y categórica”, “tiene impacto emotivo (porque causa admiración y seduce)”.

Eurípides, al escribir Edipo, lo entendió: conócete a ti mismo, entiende tus lindares de percepción y después juzga el vino a través de ellos. A veces decimos que un vino es muy ácido no porque lo sea, sino porque somos muy sensibles a ello, nos desagrada y criticamos desde nuestra prespectiva personal que no es objetiva.

Nietzsche, que bebía de la Grecia Antigua con su teoría de la tragedia clásica y la contraposición de lo apolíneo y lo dionisíaco, nos dijo que no podíamos ir más allá de la prisión del lenguaje y que todo lo que podíamos pensar, lo podíamos decir en palabras. Otra cosa es encontrar la palabra exacta pero, pasa eso y mucho más, está el sumiller.

Por ello cuando hablamos utilizando retórica en la cata de vinos no es simplemente ornamental si no que esas mismas metáforas condicionan nuestra interpretación del mundo. ¡Y qué mundo! Es normal que en Atenas se bebiera el vino rebajado con agua, miel y especias.

El vino y el amor es un maridaje histórico. Dionisio era el dios de la embriaguez divina y el amor más encendido. Las mujeres eran las más fieles seguidoras del dios, en forma de nodrizas, amantes o frenéticas bacantes. Este dios, propiciador de placeres, goza de una vida muy promiscua en las historias ancestrales. Sus más famosas conquistas son la mortal Ariadna y la diosa del amor profano, Afrodita-Venus.

Jugar al amor cuando uno está ebrio es una usanza casi tan antigua como el mismo vino. Los Octavos, juegos originarios de la Grecia Magna, eran ritos erótico-dionisíacos que consistían en beber tantas copas de vino como letras formaban el nombre de la amada. Así el banquete griego, que en un principio utilizaba el vino para filosofar, se sexualiza en Roma. Ovidio anticipó el ritual que se desarrollaría en las bacanales romanas con su sentencia: “Con amor, el vino es fuego”.

*fuente foto: Flickr – m.a.x / Bob.Fornal

Crónicas desde San Francisco

Artículo de Meritxell Falgueras publicado en el blog Tinta de Calamar (Cadena SER)

“El invierno más frío de mi vida ha sido un verano en San Francisco”, dijo Mark Twain. Me ha vuelto a pasar: nunca me acuerdo de que hace tanto frío en la ciudad por la noche. Solo pienso en los días soleados en Sonoma, olvidándome de los turistas del vino en Napa Valley. Turismo, que es enoturismo con nivel, productos naturales y todo sin las colas de Disneyland.

San Francisco*

San Francisco*

¿Y qué hay de nuevo en la capital gastronómica californiana? Dos restaurantes que significan lo mismo: membrillo. Cotogna (el restaurante más decontraté italiano) y Quince (el estrellado francés) firmados por el cocinero amante del huerto que cocina a ritmo de temporada.

¿Y quién me lleva? Un amigo (chef) que ha trabajado con conocidos comunes como Josep RocaRamon Freixa o Carles Gaig. Mi amigo es Daniel Brooks, cocinero creativo y artista en los medios visuales de la gastronomía que habla americano con estilo europeo.

Sobre vinos, no está todo escrito. He ido a entrevistar en sus respectivas bodegas a dos grandes personajes del sector. A una que le viene de casta y a otro que le va de cine. A Marimar Torres se la conoce realmente si la vas a ver a Russian River Valley, me decían los empleados de Torres. Risueña, con botas y pantalones cortos, explicando las recetas de su libro sobre cocina española. Allí Marimar no tiene apellido sino nombre propio.

Me lleva a comer a Il Garage, en Sausalito, al día siguiente de verla en la bodega con sus perros, Bonita y Linda, los protagonistas de su blog. Y sin ir a Los Ángeles me encuentro en una bodega con unos vinos de película: Kamen State.

Estamos con variedades bodelesas con un terroir de una magnificiencia estupenda. Con un largo final que ya anunciaba el cuerpo potente y  los sedosos taninos. “I will look for you, I will find you, and I will kill you” [te buscaré, te encontraré y te mataré]. Lo leo en la pared del bar de vinos en el centro de Sonoma. El dueño es el guionista de películas como Karate Kid, Un paseo por la nubes o Taken, y próximamente vendimiara otra película en la que no habrá tiros pero sí de una batalla vinícola… y hasta aquí puedo leer. Lo que ha unido el vino, que no lo separe la vida.

*fuente foto: Flickr – Rob Warde

¡Descorchemos las palabras!

Artículo de Meritxell Falgueras publicado en el blog Tinta de Calamar (Cadena SER)

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–  ¿Quiere degustar una bodega boutique que trabaja con viñas viejas de manera muy pasional? Tienen un reserva que será un icono primeum de estilo borgoñón de aromas varietales de 100 puntos Parker donde el terroir es el protagonista y…

–  No quiero saber más, gracias. Tomaré un refresco

No quiero que esto pase en un país productor como el nuestro. He construido esta frase utilizando los 10 términos que, según Grabiel Savage, del Drink Business,son los más irritantes para el consumidor a la hora de hablar de vino. Yo cambiaría algunos de los anglicismos por nuestros ‘de casta’, ‘afrutado’ y ‘redondo’, pero eso da igual. Lo que tiene importancia es cómo podemos comunicar, seduciendo con el lenguaje sin que el consumidor cambie de canal. ¿Dónde esta el equilibrio?

Si lo haces didáctico, divertido y fácil lo tachan de superficial y poco profesional. Si lo haces serio, resulta aburrido, elitista e incomprensible. ¿Qué queremos que sea el vino? ¿Un amigo que nos ayude a disfrutar más de la gastronomía y de las palabras? ¿Un producto cultural de lujo? ¿Una religión? ¿O simplemente lo que es: el fruto del paisaje? En este país no lo sé. En Estados Unidos quieren que el vino se venda. Y por ello todo lo hacen muy formalmente informal.

Quien quiere más información va a las bodegas. Pagando, que nada es gratis en esta vida y menos los domingos, cuando los bodegueros querrían estar con la familia y los visitantes quieren emular a los protagonistas de Entre copas. ¿Queréis beber sin tener que conducir? En Napa Valley tienen un tren para ello y, si no, dependiendo del presupuesto hasta se podría alquilar una limousine. ¿Qué bodega visito? Tienes los catálogos  gratuitos en todos los restaurantes y tiendas con las bodegas divididas por zonas, variedades con toda la información ¿Y qué le compro a mi prima que no ha podido venir? Al final de la visita hay todos los souvenirs imaginables para poder seguir degustando el vino con todo lo que has querido aprender.

Después de Disneyland, la zona de las bodegas concentradas entre Napa Valley y Sonoma es la segunda atracción turística en California con 8 millones de visitantes anuales. Algo estarán haciendo bien los americanos. ¿Y nosotros? El fraile mallorquín Junípero Serra fundó las primeras misiones californianas y fue el culpable de que en el siglo XVIII se empezara a cultivar la vid.

Ya que somos exportadores de la tradición, ¿por qué no importamos un poco de esa mentalidad americana, si nos hace entender (y vender) más vino? Debemos construir, no destruir (y menos ahora). El consumidor tiene que disfrutar bebiendo vino. Y basta. Que pueda decidir él cómo, el cuándo y el lenguaje de la cata. ¡Pero que sea uno que pueda comprender!

En América ningún camarero te mirará con desprecio si pones hielo en la copa de blanco (aunque tengo que reconocer que es una imagen que me cuesta digerir). ¿Qué importa si no lo sabe decantar? Lo que importa es que tenga ganas de repetir porque esa botella de vino le ha hecho vivir un gran momento. El vino existe, con sus enotecas y sus expertos, con las revistas especializadas y sus periodistas, con los agricultores y los diseñadores de etiquetas, gracias a que los consumidores deciden pedir vino en vez de un refresco. Y así, cada día un poco más, la sed de conocimiento irá vaciando esas barricas. La gente solo entiende una lengua: la del buen gusto.

Meritxell Falgueras

*Foto: Gianni Dominici via photopin cc

 

Son mis amigos

Cada vez que en la radio escuchaba esta canción de Amaral la apagaba. Y ahora sale de mi cabeza como un acto reflejo cuando pienso en Josep Roca y Ferran Centelles.

AmigosConocí a Centelles cuando a penas había cumplido la mayoría de edad y venía al Celler de Gelida a comprar “vinos para su padre” a mi padre. Poco después nos sentábamos juntos en el curso de sumiller. Los dos somos del 81 y éramos los “peques” flipados de la clase. No paraba de preguntar, tenía esa sed y esa ilusión con un acertado tanto por ciento de ingenuidad, honestidad e humildad que lo siguen caracterizando. No dudó en aparcar el segundo curso para ir a Inglaterra y Francia a trabajar y aprender. Disfruté de su servicio El Espai Sucre donde Centelles maridaba a todo ritmo los vinos dulces. Me tocó presentar el Concurso de Mejor Sumiller de Catalunya en el 2005 y él quedó segundo. Siempre ha disfrutado al máximo la profesión, nunca le he visto quejarse, nunca crítica (tal vez por eso no tiene arrugas). Siempre se ha ido formando mientras trabajaba en el Bulli. Conociendo a Juli Soler, no le debió pasar desapercibido ese muchacho. Tal vez aún no era el mejor pero las buenas, formales, educadas, sensibles y geniales personas no son fáciles de encontrar. Así que se lo quedó. Fredy, como lo bautizaron en la Cala Montjoíi es su apodo para no confundirlo, con el otro Ferran, el Adrià. He podido compartir botellas de sentimientos con él durante viajes, degustaciones, reportajes y concursos. Siempre éramos los que volvíamos antes al hotel, yo para escribir lo que había pasado, él para estudiar. Así se fue sacando sin alardear de ello el Diploma del Wines & Spirits y ahora con el Máster Sommelier ¿Qué le pasará a Ferran cuando cierre el Bulli? A mi no me preocupaba, ha sembrado tanto, ha sido siempre tan amable con todos, que es normal que ahora a parte de colaborar en el blog 7 Caníbales, el club de vinos wineissocial, la gran dama del vino, Jancis Robinson lo haya nombrado su catador en España.

El líder espiritual, intelectual, sensorial, ultrageneracional e internacional es Josep Roca. Pitu, siempre paciente para decir, cuando se le pregunta, la palabra justamente preciosa. Su saber estar, su cultura gastronómica y literaria, su capacidad para hablar del vino como una religión de la manera más bella, tienes muchos admiradores. Esfuerzo, serenedidad, poesía, miscitismo, linaje, nariz, paladar… El genial Roca es el máximo de la sumillería y dónde todos los sumilleres aspiran llegar. A amar el vino con plenitud, felicidad, sabiduría, profesionalidad, originalidad y fraternidad. Lo conocí de pequeña. Mi padre, Toni Falgueras, siempre me decía “es el mejor”. Entonces no lo sabía si lo decía como catador o como persona. Con el tiempo he entendido que son las dos. Trabajé con él en la Asocación Catalana de Sumilleres y lo sigo haciendo en los cursos de sumilleres en Girona. Cuando Marcel Gorgori me preguntó por quien podría ser la carta visible del programa de vinos del 33, “En Clau de vi” no dudé, los presenté y estuvimos haciendo tele, el delante y yo detrás. Clases magistrales, ferias, mails y hasta la presentación de mi libro donde dio a los asistentes un “mi olor” poniendo Podere San Cristoforo en potecitos para los asistentes. Si algo puedo decir de Josep Roca no deja nada al azar. No puedo resumir en un artículo todos sus triunfos y hazañas enológicas. Los productores lo aman. Es uno más de los vignerons cuando va a Borgoña (si van a Beaune es fácil encontrar sus fotos en las paredes y las botellas firmadas).Expresa su alma con los rieslings alemanes.  Nunca nuestros vinos han tenido mejor embajador. Con él, nunca el vino ha sido tratado con mayor respeto.  “El somni” la ópera filosófica-gastronómica que hace con Joan y Jordi se presentó en Londres justo el día antes. El día antes de que dijeran la publicación británica Restaurant (porque los que hemos ido ya lo sabíamos) que era el mejor del mundo. Cuando lo veía por la pantalla, pensaba “son mis amigos”.

Sé que este parece más un diario personal que una pieza periodística pero si cuando catamos el vino lo explicamos des de nuestros sentidos, las personas se deberían explicar a través de lo que nos hacen sentir: admiración.

Meritxell Falgueras

(foto: Flickr – Glenn Harper)

Già l’ho sentito

Frutta rossa matura, spezie, tostato, un tocco di vaniglia, un po’ di liquirizia… ma questo vino l’ho già sentito! Sto perdendo olfatto, o tutti i vini cominciano ad avere lo stesso odore? Forse la colpa è della coltivazione delle stesse varietà: cabernet sauvignon, merlot, syrah… Quando iniziamo a perdere autenticità per copiare gli aromi?

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Sì che esistono vini più continentali con mencia, buoni risultati con la bobal e buoni adattamenti della tempranillo. Tuttavia, con la parkerizzazione del gusto, la sovramaturazione polifenolica, la lunga macerazione con le bucce e botti nuove tostate fanno sì che molti vini perdano l’identità del loro terroir e ci mostrino soltanto il loro profilo più fotogenico. Vini modello, che sono tecnicamente perfetti, come quelli del nuovo mondo, ma a cui manca la personalità di quel neo sulla guancia che alla fine risulta essere il particolare più sexy. Sennò, ditelo a Cindy Crawford, che contava più ammiratori di Claudia Schiffer, la Barbie perfetta. Dicono che le cose che sono di moda smettano di essere in quando le portano tutti. Gli intenditori parlano di una tendenza di vini più personali e originali, ma sul mercato la realtà si è fermata alla fase bomb fruits, che è come dire che ci piace Scarlett Johansson perché ci ricorda la voluttuosa Marylin, che bramiamo ad ogni sorso. Sebbene si favoriscano le varietà autoctone come la garnacha e il monastrell, le mencias del Bierzo segnano una tendenza. Le varietà più commerciali continuano a vendersi (e, cosa ancora più importante, a bersi!), come il trionfante chardonnay, il profumato sauvignon blanc, il floreale gewürstraminer, il caratteristico albariño, e il tropicale verdejo. Ma per i vini più cult, il più quotato è il godello galiziano. Per i rosati, i tradizionali vini di garnacha e tempranillo della Rioja e di Navarra, o la concentrazione di cabernet e merlot, risultano sostituiti dalla freschezza della pinot noir.

Questo vino l’ho già sentito. Tutti i rossi hanno la stessa descrizione visiva: “ciliegia Picota, intenso, lacrima lenta”, sebbene abbiano quattro anni di bottiglia. È colpa del cambio climatico o del fatto che ci siamo abituati ad usare silicone e a tingerci i capelli? Le donne più desiderate di Hollywood sono Penelope Cruz e Carey Mulligan, donne con carattere, che il trucco può soltanto migliorare. Ma niente botox come Kim Basinger, e niente statue di cera come Nicole Kidman. Per continuare ad essere sulla bocca di tutti, la cosa migliore sono i vini alla Meryl Streep: quelli che sanno invecchiare ed adattarsi, senza permettere alla moda di eclissare la loro essenza. 

Meritxell Falgueras

(Photo source: Flickr – Kathy Ponce)

Sumilleres por el mundo

Artículo de Meritxell Falgueras publicado en el blog Tinta de Calamar (Cadena SER)

Si hasta se ha hecho un programa de televisión es porque ya hay muchos españoles por el mundo, y algunos son sumilleres de corazón (porque se trata de una profesión pasional). Gente que no ha emigrado por la crisis, que podría ser, sino porque el vino les ha llevado a inspiradoras y deliciosas ciudades.

Rut Cotroneo, por ejemplo, soñaba con hablar francés y vivir en París, y ya lleva tres años en el Hyatt Park Hotel de la Rue de la Paix, sede del restaurant Pur, con una estrella Michelin. Bruno Murciano empezó en el Ritz de Londres y, además de elaborar un vino con bobal de su tierra, ya lleva más de 10 años dedicándose a la comercialización en la City.

Rut Cotroneo en un hotel

Rut Cotroneo en un hotel

Lucas Payá se fue de la Cala Montjoi (el Bulli) para ir a Nueva York. La misma ciudad que alberga a la familia del bodeguero Pepe Raventós, quien, hace un par de años, decidió dirigir su bodega de cava de Sant Sadurní desde la ciudad de los Rascacielos.

También los hay que, aun teniendo la residencia en la península, son de los más internacional. Como nuestro sacerdote del vino: Josep Roca. El sumiller y propietario del mejor restaurante del mundo (según Restaurant Magazine) que ha seducido al mundo con El Somni, una ópera-menú degustación que ha compuesto junto a sus dos hermanos: la parte salada y dulce del Celler de Can Roca.

Ferran Centelles es un sumiller formado en Francia e Inglaterra que sigue teniendo la humildad del chaval del barrio de Sants que ahora puntúa los vinos españoles de la dama de hierro del vino: Jancis Robinson [link en inglés]. Y el que estaba en su lugar, Luis Gutiérrez, ahora se ocupa de dar los prestigiosos Puntos Parker [link en inglés].

Y qué decir de los enólogos que viajan para aprender de márqueting en los Primeursde Burdeos y visitan diferentes zonas vinícolas para formarse. Para los que hacen espumosos, por ejemplo, es obligado ir a Champagne. Y para aprender lo último en vinificación de blancos, hay que ir a Nueva Zelanda…

Fuente: Flickr*

Los bodegueros también viajan muchísimo porque, para que los vinos se vendan, hace falta una historia, una cara, un tonoÁlvaro Palacios está más días moviéndose por el globo que en su casa pero se mantiene bien arraigado al Priorato. Y Juan Carlos López de La Calle, cuyo Viña El Pisón ha cumplido 19 años de promoción mundial, de Rioja al mundo. Pero los hay que son flight-winemakers y los que son car-winemakers, como el super Mariano García que va de Toro a Ribera como quien va a la cocina.

En esta época en la que, en España, lo difícil es cobrar (no sólo vender), salir de tu país puede hacer que tu empresa triunfe. La exportación, para muchos, es la única salida. Pero se ha de seguir al cliente, ir cuando te piden degustaciones, visitar las enotecas y restaurantes que tienen tu producto…

¡Por eso hay tantas ferias! Las citas anuales de Vinitaly (Verona), Prowein (Düsseldorf) y London Wine Fair. Cada dos años, Alimentaria, en Barcelona (los pares), y Vinexpo, en Burdeos (los impares). Concursos internacionales como el ITQI de Bruselas o el itinerante Concours Mondial, y también eventos varios siempre productivos: que si el Merano Wine Festival, que si el Fórum Gatsronómic de Girona

¡No hay tiempo de pensar a dónde quieres ir de vacaciones cuando se para de catar! Y sí: las vacaciones de los que nos dedicamos a esto suelen tener lugar, por si lo dudabais, entre viñas y por los paralelos donde crece la vid.

Nada más lejos de la realidad que una servidora: trabajo en Barcelona, soy jurado internacional, estudio en Londres el Diploma del WSET y vivo en la Toscana. Si alguien quería ser Willy Fog, aquí tiene una profesión que le hará girar algo más que la cabeza.

 

*Fuente: Flickr – portobayevents